Sguardi d’autore sulle Terre in movimento

28/03/2019 - Chiusa al culto e al pubblico dal 1972, dopo 46 anni dal terremoto che scosse il capoluogo marchigiano, è stata riaperta all’insegna della fotografia la chiesa di San Gregorio Illuminatore di Ancona, scelta come sede espositiva di Terre in movimento.

Nella mostra, che si è chiusa nei giorni scorsi con le giornate di primavera del FAI, sono state esposte le immagini fotografiche e video di Paola De Pietri, Olivo Barbieri, Petra Noordkamp, riprese nelle città marchigiane interessate dal sisma ben più sconvolgente ed esteso del 2016. La corrispondenza tra sede espositiva e tema della mostra è stato così stringente da risultare speculare, cosicché nella chiesa disadorna e con elementi di restauro ancora inconclusi, il visitatore ha potuto immaginare ad occhi aperti la ricostruzione dei centri storici e dell’intero patrimonio storico-artistico delle zone del cratere, sperando però in tempi migliori, per brevità, di quelli che sono stati necessari per riaprire la chiesa anconetana.

Il tema della mostra diviene opera concreta, visibile e tangibile, nel suggestivo allestimento firmato dagli architetti del gruppo “VERSUS”. Dal loro progetto è scaturito un percorso delimitato da superfici a specchio e ondulate, che riflettono l’immagine deformata, mutevole e incerta dello spazio e del visitatore che si sposta ondivago da un settore all’altro della mostra. Infatti, la catastrofe del terremoto ha questo di peculiare, che il suo totale capovolgimento, significato della parola greca katastrophè, elimina ogni posizione possibile per l’essere e il sentirsi stabili sulla terra da parte dell’uomo, negando così anche la posizione da cui assistere all’evento catastrofico, come il naufragio in mare osservato al sicuro da terra, descritto da Lucrezio nel De rerum natura: “Dolce è mirar dalla riva, quando sconvolgono i venti l’ampia distesa del mare, l’altrui gravoso travaglio, non perché rechi piacere che uno si trovi a soffrire, ma perché scorgere i mali di cui siam liberi è dolce…”.

Sconvolta dalle onde sismiche, anche la terra si fa mare, instabile e mossa. Nel più rovinoso terremoto fino ad allora conosciuto, quello di Lisbona del 1755, la città si trovò distrutta dalla congiunzione di tre elementi: la terra, l’acqua, per lo tsunami di onde alte più di sei metri e il fuoco degli incendi che si propagarono di casa in casa, bruciando interi quartieri. Dopo Lisbona, Kant scrisse “la rovina se ne sta in agguato anche sotto i nostri piedi”, aggiungendo che la natura, per sua costituzione, rende vana e vacua la volontà umana “di erigere dimore eterne”.

Illustrazioni e resoconti riprodotti a stampa contribuirono a diffondere rapidamente i particolari della catastrofe di Lisbona in tutta Europa, trasformando il disastro in un tema di attualità, come diremmo oggi, oltreché in un caso esemplare di riflessione filosofica, a cui parteciparono, insieme a Kant, anche Voltaire e Rousseau.

È però con il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908, che la rappresentazione collettiva e l’opinione pubblica del disastro si nutrirono di immagini fotografiche scattate dagli inviati di alcune tra le principali riviste europee, come il “British Journal of Photography”, il “Deutsche Photographen-Zeitung”, o realizzate per essere riprodotte su cartolina e vendute per raccogliere fondi da destinare ai soccorsi e alla ricostruzione. La Società fotografica italiana inviò molti operatori per documentare la distruzione delle due città nella famosa pubblicazione del 1909 Messina e Reggio prima e dopo il terremoto del 28 dicembre 1908 e a Messina scattarono immagini memorabili fotografi già affermati come Luca Comerio, il ritrattista ufficiale di Vittorio Emanuele III, e il tedesco Wilhelm von Gloeden, amico del fotografo abruzzese Francesco Paolo Michetti, di Gabriele D’Annunzio, Oscar Wilde ed Eleonora Duse. Le immagini riprese a Messina si possono considerare, per analogie iconografiche ed estetiche, anticipazioni drammatiche delle fotografie che pochi anni dopo avrebbero documentato la catastrofe, tutta umana, della Grande Guerra.

Totalmente estranee alla tradizione d’immagine del reportage post terremoto che ebbe origine a Messina, le opere di Terre in movimento hanno un prevalente carattere autoriale e sono il risultato di un progetto di committenza artistica della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Marche, in collaborazione con “MAXXI Architettura” - “Fondazione MAXXI” di Roma e l’ “Associazione Demanio Marittimo Km. 278”, curatori Carlo Birrozzi e Pippo Ciorra, con il coordinamento generale di Cristiana Colli.

Le foto di Olivo Barbieri insistono sul tema del patrimonio urbanistico e storico-artistico. Alla distruzione pressoché totale e vista dall’alto di Arquata e Pescara del Tronto, dove il sisma ha creato un sorta di affondamento generalizzato, con pochi resti che emergono al di sopra del mare di macerie, si accompagnano le riprese dagli squarci aperti nelle chiese di Visso e Camerino; accanto a queste, altre foto mostrano opere d’arte dopo l’intervento di salvataggio, rivestite di strati protettivi antiurto, ricoperte mentre attendono sulla strada di trovare un nuovo riparo, come sopravvissuti.

L’olandese Petra Noordkamp ha scelto la ripresa video per un reportage intimo e intenso dei piccoli segnali di vita che si intercettano intorno alle rovine delle case e delle cose abbandonate. Nelle sequenze della sua opera Fragile i due binari paralleli dell’ascolto e della visione ci tengono sospesi tra il presente ancora vivo nel suono di un treno in corsa, di un’auto che passa, del canto di un fringuello e il passato che è sepolto nell’assenza, nelle immagini di case disabitate, con tutto ciò che l’onda d’urto del sisma ha travolto, vite umane, cose che giacciono inerti, rimaste orfane di sguardi, di gesti quotidiani e di abitudini.

Nelle opere di Paola De Pietri il passaggio del sisma ha lasciato una velatura di bianco distesa su tutto, polvere a cui nulla può sottrarsi, dagli edifici in rovina, agli oggetti che scompaiono nel nulla dell’insignificanza, agli stessi esseri umani. I ritratti a figura intera, scattati vicino alle SAE, le casette anonime e prefabbricate per i senza tetto, sono avvolti in un alone fantasmatico, come apparizioni intorno ad un’identità che rischia di svanire e che dev’essere bloccata nella frontalità delle pose e in una luce abbagliante. Nonostante le foto siano state scattate di giorno, la luce del flash concentrata sulle persone ha raschiato via la realtà intorno ad esse, lasciando visibile uno sfondo scuro indistinto, come una notte che non se ne vuole più andare.

Dopo la chiesa di San Gregorio Illuminatore di Ancona, la mostra Terre in movimento, riprodotta in un raffinato catalogo a cofanetto dall’editore Quodlibet, farà tappa al MAXXI di Roma dall’11 maggio al 1° settembre 2019.








Questo è un articolo pubblicato il 28-03-2019 alle 17:39 sul giornale del 29 marzo 2019 - 152 letture

In questo articolo si parla di cultura, articolo, Francesco Maria Orsolini

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