Amnesty chiede all’Italia di ritirare il codice di condotta per le ong in mare

3' di lettura 03/03/2020 - Dal caso della Iuventa, su cui pendono ancora le indagini a quasi tre anni dal sequestro della nave, alla Grecia di questi giorni. Le richieste della ong al governo italiano.

La chiamano criminalizzazione della solidarietà, e per quanto riguarda il salvataggio in mare, tutto parte da un caso le cui indagini preliminari, a quasi tre anni di distanza, sono ancora in corso: quello della nave Iuventa della ong tedesca Jugend Rettet, fermata il 2 agosto 2017 in seguito a un provvedimento del giudice per le indagini preliminari di Trapani. Lì sono le origini della narrazione dei «taxi del mare», espressione coniata dall’allora vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. Una ricostruzione mai, ad oggi, confermata dalle pur tante inchieste – tredici – sulle ong: tutte, fino a questo momento, finite con un nulla di fatto. «Dopo oltre due anni e mezzo dal sequestro della Iuventa, i tentativi del governo italiano e delle autorità giudiziarie e di polizia di provare la collusione delle Ong di salvataggio con i trafficanti, l’illegittimità delle fonti di finanziamento, nonché il coinvolgimento in associazioni criminali per facilitare la migrazione irregolare e commettere altri reati, non hanno portato a nulla», si legge nel rapporto di Amnesty International “Punire la compassione: solidarietà sotto processo nella Fortezza Europea”, presentato oggi 3 marzo nella sede dell’Associazione della Stampa Estera a Roma. Tre sono le richieste che Amnesty International presenta oggi all’Italia. La prima è l’abrogazione del decreto sicurezza bis insieme a una revisione della legge sull’immigrazione. Amnesty chiede poi, esplicitamente, «il ritiro del codice di condotta per le ong che si occupano di soccorso in mare», spiega la campaign manager Ilaria Masinara. Il codice è stato ideato dal ministro dell’Interno dem Marco Minniti e rispolverato, nell’era post-Salvini, dall’attuale ministra Luciana Lamorgese come vero e proprio pilastro del diagolo con le navi umanitarie impegnate in quel Mediterraneo centrale da cui gli Stati sono spariti. Amnesty chiede, infine, una modifica della legislazione affinché l’ingresso irregolare sul territorio italiano non venga trattato come reato. «Da Minniti a oggi l’agenda non è cambiata, così come non è cambiata la propensione a trattare con le milizie libiche», dice Miguel Duarte, volontario portoghese di 26 anni sotto processo in Italia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, reato per il quale il dottorando in fisica rischia fino a 20 anni di carcere. «Il governo italiano è sempre stato e continua a essere ostile», dice. «Ma criminalizzare la solidarietà significa uccidere delle persone. E questo non può essere considerato accettabile». Il fatto che l’unica proposta messa sul tavolo dal governo italiano sia quella del codice di condotta parla chiaro, aggiunge Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch. Tra il 2015 e il 2018, le navi delle Ong hanno salvato oltre 118.000 persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale, ricorda Amnesty International Italia. «Il linguaggio usato dai funzionari per riferirsi alle Ong di soccorso marittimo ha iniziato a mutare verso la fine del 2016. Rappresentanti di istituzioni, politici e commentatori hanno iniziato a sollevare sospetti sul ruolo e sulle motivazioni delle Ong, suggerendo che la presenza stessa delle loro navi vicino alle acque territoriali libiche e i loro metodi di gestione incoraggiavano le partenze, alimentando così il traffico di esseri umani e contribuendo in definitiva al crescente bilancio delle vittime in mare, senza però fornire alcuna prova a sostegno di tali accuse. Erano state infatti fatte insinuazioni su contatti diretti tra le Ong e le reti di trafficanti. I dubbi erano stati espressi anche circa la fonte dei fondi utilizzati per finanziare le attività di ricerca e soccorso».

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Questo è un articolo pubblicato il 03-03-2020 alle 23:22 sul giornale del 05 marzo 2020 - 357 letture

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