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Bacon e Caravaggio pittori dell\'esistenza

2' di lettura 18/01/2010 - Ultimi giorni per ammirare, negli splendidi saloni della Galleria Borghese, i capolavori di due giganti della pittura mondiale: Michelangelo Merisi, universalmente noto come il Caravaggio (1571-1610, e Francis Bacon (1909-1992). Fino al 24 gennaio, salvo proroghe, si potranno ancora gustare le inedite ed intense suggestioni che la vista simultanea di tanti capolavori è in grado di regalare.

Due artisti così lontani nel tempo e, a prima vista, nel modo di intendere la pittura; ma ad uno sguardo più attento si rivelano immediatamente quei punti di contatto che i curatori della mostra, Anna Coliva e Michael Peppiatt, debbono aver intuito sin dalla fase di ideazione. «Una mostra in genere si concepisce e si prepara con mentalità storicistica – spiega Anna Coliva, che della Galleria Borghese è anche direttrice – ma al momento del suo manifestarsi la compresenza della opere, nel senso proprio del loro accrochage, apre delle corrispondenze e pone delle questioni molto complesse e libere».

Nel caso delle tele di Caravaggio, inoltre, la visione ravvicinata e libera, non vincolata cioè alla collocazione abituale all\'interno delle chiese, permette di cogliere una gamma straordinaria di dettagli legati sia al disegno sia alla diffusione della luce, solitamente impercettibili oltre una certa distanza.

La Conversione di San Paolo, attualmente conservata nella chiesa di Santa Maria del Popolo, costituisce un valido esempio a riguardo. Ma neanche la visione dei dipinti di Bacon si rivela un esercizio “neutrale”, dal momento che anche il più distaccato degli osservatori non può fare a meno di notare l\'utilizzo del vetro sulla tela, non a fini protettivi ma volutamente estetici. L\'effetto riflesso consente infatti al dipinto di espandersi continuamente verso l\'esterno, abbattendo ogni residuo di fissità formale, includendo e confondendo linee, colori, volti della realtà che cambia.

L\'estetica di Bacon sembra centrarsi su questo elemento, la liquidità, come nel Ritratto di Isabel Rawsthorne, e su un forte richiamo alla lezione cubista di Picasso, assimilata negli anni parigini della sua formazione artistica. Ma tale elemento si presta ad uno sviluppo essenzialmente tragico, come dimostra il Tryptich August 1972: un\'opera che da sola rappresenta il tormento dell\'esistenza umana, contorta sotto il peso del dolore, liquefatta di fronte alla crudeltà della morte che la inghiotte col suo sfondo nero.

Ai tormenti di Bacon fanno eco quelli di Caravaggio, di certo non meno attento nel cogliere quei caratteri di fragilità e di debolezza tipici della condizione umana. Lo sfondo nero, in tele come Davide con la testa di Golia o La Madonna dei Palafrenieri, permette di isolare la composizione caricando ciascuna figura di maggiore forza espressiva; la luce, ora soffusa ora violenta, modella la carne senza finzioni e senza manierismi, puntando alla verità contenuta nell\'esperienza sensibile. Bacon e Caravaggio, insomma, sembrano uniti da uno stesso scopo, quello di ricercare in pittura la verità della carne, o per la carne assunta a simbolo dell\'umanità.








Questo è un articolo pubblicato il 18-01-2010 alle 01:41 sul giornale del 18 gennaio 2010 - 959 letture

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