Enzo Samaritani, fondatore del teatro “Arciliuto” a Roma: il teatro essenziale per il benessere dell’uomo e per la sua identità culturale

7' di lettura 19/01/2021 - Il Teatro Arciliuto è all'interno di Palazzo Chiovenda, antica dimora cinquecentesca in Piazza di Montevecchio, non lontano da Piazza Navona. Realizzato nei primi anni del XVI secolo accorpando strutture abitative preesistenti su progetto dell'architetto Baldassarre Peruzzi, discepolo di Raffaello, l'edificio poggia (com’era, del resto, prassi corrente per gli architetti di allora) sopra le antiche strutture di una villa romana del II secolo, i cui resti sono ancora visibili nei sotterranei del palazzo.

Entrare all’Arciliuto significa immergersi in un’atmosfera particolare, quasi magica: il dedalo di sale, corridoi, anfratti che ti attende una volta entrato, soprattutto sceso ai piani inferiori, ti rimanda veramente, da un lato, alla Roma medioevale e rinascimentale, la Roma di Cola Di Rienzo e di Beatrice Cenci, del Caravaggio e di Benvenuto Cellini rinchiuso nelle segrete di Castel S.Angelo. Dall'altro, ai piu'suggestivi sceneggiati RAI degli "anni d'oro", come "Il segno del comando" e "Geminus" (ambientati appunto nei piu' affascinanti luoghi della Roma sotterranea).

L’appuntamento che abbiamo, per un’adeguata intervista, è con Enzo Samaritani, fondatore dell’Arciliuto: soprattutto poeta e scrittore che ha deciso di dedicarsi completamente allo spirito della "Commedia dell'Arte" e ai concetti della creatività. Dopo un lungo tirocinio, che va dall’ Accademia d'Arte Drammatica con Silvio D’Amico alla commedia musicale negli anni ’50, Samaritani con la sua chitarra viaggia imparando lingue e comportamenti, in Europa (anche all’ Est, ai tempi della “Cortina di ferro”), Medioriente, America del Nord e del Sud. Ricercatore attento alla bellezza ed all'estetica della composizione, cerca "la nota naturale corrispondente alla melodia del verso", in difesa dei suoni della lingua italiana minacciata dall’imbarbarimento seguìto alla decadenza internazionale dell’Italia e al consumismo trionfante: nascono, così, le sue melodie, che spesso musicano immortali versi dei giganti della letteratura italiana (oltre a sue poesie originali).

L’ 11 novembre 1967, Enzo apre l’Arciliuto (“il nome”, ricorda lui, “lo trovammo insieme al costumista Franco Loquenzi, e alla storica “Cooperativa Artistica Operaia”: l’arciliuto è uno strumento musicale derivato dal liuto con l’aggiunta di alcune corde, che fa, in sostanza, da “contrabbasso” in quello che è il quartetto dei liuti: liuto soprano, liuto contralto, liuto e arciliuto”). Un piccolo teatro dedicato esclusivamente alla poesia e alla musica, dove Samaritani elimina dal concetto teatrale l'idea del palcoscenico e della separazione tra artista e pubblico (sulle orme dell’ “Avanguardia” anni ’70, diremmo), nega l'idea del copione e del regista, e si affida direttamente al sentimento della Commedia dell'Arte Italiana. Con Enzo, piu’ che un’intervista facciamo un’appassionante cavalcata su sentieri dal teatro alla poesia e all’arte, sino alla spiritualità e alla religione, e alle scelte esistenziali dell’uomo. Con me sono gli amici Alexandra Tercero, ecuadoregna, mediatrice culturale e organizzatrice di varie iniziative nella moda e nello spettacolo, Johanth Chacon, venezuelano, art director, fashion designer ( “filosofo della vita attraverso la moda”, si definisce), e Homar Iafisco, anche lui esperto di moda: scrittore che ha al suo attivo un primo libro a sfondo autobiografico, il romanzo “Contro Asmodeo” (Intrecci ed., 2019), e in corso d’opera un altro, sul santo cattolico libanese, monaco maronita, Charbel Makhluf. Specialmente tra Enzo e Johanth si crea rapidamente un forte, inaspettato feeling intellettuale.

Fabrizio Federici: Enzo, anzitutto come avete tirato avanti, in tutti questi mesi di chiusura (con brevissimi intervalli di riapertura) delle sale teatrali?

Enzo Samaritani: Anzitutto abbiam voluto sempre mantenere la nostra dignità, fortemente legata, a sua volta, a quella cultura popolare che è parte essenziale di noi. Varie volte, in questi mesi, con mio figlio Giovanni abbiamo organizzato spettacoli legati alla cena, quand’era possibile, o al pranzo della Domenica: con biglietti che coprivano, ogni volta, costo dello spettacolo, del pasto e, soprattutto, del tampone antiCovid, indispensabile per poter entrare (eseguito con personale della vicina farmacia Tor Millina, o da altra organizzazione, davanti all’ingresso del teatro). Ora, stiamo facendo l’unica cosa possibile, cioè spettacoli online.

Ma avete avuto qualche “ristoro” da Stato o enti locali?

Solo un credito d’imposta su una piccola parte dell’affitto mensile che paghiamo, e un rimborso-ristoro di 4.000 euro; ben poca cosa.

Secondo te, una volta che sia stata debellata la piaga del Covid, che politiche dovranno adottare in Italia Stato ed enti locali, per facilitare la rinascita del teatro?

Guarda, piu’ che per la mancanza di politiche adeguate, il teatro in Italia, già ben prima dell’arrivo del Covid-19, soffre per la mancanza di rispetto per la cultura da parte del sistema politico e dello stesso “establishment” culturale…

Cioè?

Mi spiego meglio. Qui all’Arciliuto, in 53 anni di attività, che organizzassimo concerti come mostre, serate di poesia, musicali o altro, abbiamo visto davvero il ricambio delle generazioni, da prima del ’68 ad oggi (generazioni che, bada bene, sono state assai piu’ di quelle fissate dai canoni classici: perché oggi i tempi mutano molto piu’ rapidamente di una volta, ed ogni 5-6 anni si può dire che le generazioni mutano). Ci sono comunque spettatori che mi seguono, sempre con la stessa attenzione e affetto, ormai da 50 anni: ma intanto, l’Italia e il mondo son cambiati terribilmente. L’Italia, in particolare, da metà anni ’90 è entrata in una grave decadenza culturale: anzi, un vero e proprio crollo, legato – diciamo la verità – alla progressiva colonizzazione dell’ Occidente da parte del sistema USA. Che è solo economia: della spiritualità e della cultura non sa proprio che farsene. Mentre la spiritualità, non dimentichiamolo mai, è la parte piu’ importante dell’essere umano.

Ecco, ma infatti tu ti definisci, se non erro, “archeologo dell’anima”. Che cosa intendi esattamente?

Io, quando conosco una persona cerco subito di “leggere” nella sua interiorità, dentro la sua anima, cercando di ricostruirne anche l’evoluzione (o l’involuzione…). Mentre guardando al rapporto fra intellettuale e società, il poeta, se è veramente tale, non può accettare il depauperamento della società cui accennavo prima: nè che, perdipiu’, la gente venga anche “lobotomizzata”, o quantomeno fortemente condizionata, indotta a pensare che tutto questo sia inevitabile, o addirittura positivo, per il mondo.

L’Arciliuto, da quando ha aperto, si è proposto di combattere tutto questo?

Nel nostro piccolo, abbiamo cercato di fare proprio così. In Libano, nel 1964, nel piccolo villaggio di Yakshus (il cui nome, tra l’altro, significa “Fiore di montagna”), ebbi un’esperienza straordinaria, quasi un’illuminazione: vidi un poeta che, in sostanza, passava il testimone alle nuove generazioni della comunità, trasmetteva loro la fiamma di tutte le conoscenze e le tradizioni degne di essere conservate. In tutto l’Occidente di oggi, avviene mai una cosa del genere? Allora compito dell’artista, e specialmente del poeta, oggi (tenendo presente che artisti, con l’istinto della bellezza e con questo preciso tipo di sensibilità, si nasce, non si diventa) è proprio cercare di reagire a questo progressivo degrado. Continuando a serbare tutta l’eredità del passato, anche nei suoi lati negativi, e trasmetterla alle nuove generazioni.

In un certo senso, allora, gli intellettuali di oggi devono fare come i dissidenti di “Fahreneit 451”: che, sfuggiti alle persecuzioni del potere, non essendo piu’ disponibili copie dei grandi libri del passato, avevano imparato a memoria molti di essi…

Senza voler mai essere pedanti (Giordano Bruno insegna, N.d,R,), né presuntuosi: ognuno di noi hai diritto anche di sbagliare. Ma dovere del poeta è proprio questo: difendere l’integrità dell’uomo, che non può vivere solo di economia e beni materiali. Allora, tornando al discorso del teatro…

Cosa potrebbero fare, guardando al futuro, Stato ed enti locali?

Piu’ che a politiche specifiche per il teatro, che pure ci vogliono (sull’esempio, magari, di altri Paesi europei in questo assai piu’ avanti di noi, come Regno Unito, Francia, Germania), lo Stato e la politica tutta devono capire che il teatro è storicamente essenziale, all’uomo, per il mantenimento sia del suo benessere psicofisico che della sua identità culturale: sia per gli individui che per i popoli interi.






Questa è un'intervista pubblicata il 19-01-2021 alle 08:47 sul giornale del 20 gennaio 2021 - 205 letture

In questo articolo si parla di cultura, intervista, Fabrizio Federici

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