Ai Mercati di Traiano, in una grande mostra, rivive il forte rapporto di Napoleone con Roma

2' di lettura 12/02/2021 - Nel rapporto tra Napoleone I e Roma (città per la quale il grande còrso nutrì sempre ammirazione, e forti progetti di sviluppo urbanistico e culturale), quel che accadde dopo la prima campagna napoleonica in Italia (1796-'97) è il tema della mostra "Napoleone e il mito di Roma" (a cura di Claudio Parisi Presicce, Massimiliano Munzi, Simone Pastor, Nicoletta Bernacchio), messa in scena, per celebrare il bicentenario della morte dell'Imperatore, ai Mercati di Traiano (vedere in Rete tutte le informazioni, anzitutto sul sito dei Mercati).

Per cominciare, ci accolgono il ritratto bronzeo di Bruto Capitolino dagli occhi di avorio; sequenze dello straordinario "Napoléon" di Abel Gance (1927) rammentate di sala in sala e di schermo in schermo; levigati neoclassici busti di Napoleone; curiosità come il Bonaparte a cavallo di un dromedario, non meno eroico e non meno autorevole del generale immortalato da David. E scopriamo che il rapporto del Bonaparte con la romanità non fu esattamente lo stesso dei grandi condottieri (da Carlo Magno a Federico II) che comunque si rispecchiavano in Giulio Cesare e nella gloria di Roma. Per lui fu piuttosto una strategia con tempistica precisa, che l'accompagna dai tempi della rivoluzione fino all’Impero, dove le icone e la storia romana diventano un magazzino di simboli in continua evoluzione, con il quale rafforzare e rendere eterno il progetto che da genio militare lo trasforma in deificato imperatore. Una linea, osserviamo, di costante ispirazione alla romanità che proseguirà in pieno il suo discendente Napoleone III (rispetto per l'eroica resistenza dei galli a Roma permettendo: proprio durante il Secondo Impero, infatti, sarebbero state portate alla luce le rovine di Alesia, la "Stalingrado" di Von Paulus/Giulio Cesare...).

La classicità come stile di vita, dagli abiti stile impero all’urbanistica, dai codici di comportamento fino alla moda, questo vuole Napoleone: una romanità che penetri in ogni forma del suo governo, e della nuova era che intende inaugurare. Ed ecco l’aquila vessillo del suo reggimento; la corona d’alloro che gli cinge la testa quando raggiunge il soglio imperiale nel ritratto ufficiale di Francois Gérard del 1805; la colonna di Place Vendôme, ispirata fedelmente alla Colonna Traiana. Quel capolavoro narrativo e scultoreo, che racconta come un kolossal la conquista della Dacia, prima della campagna napoleonica d’Italia era seminascosto, infossato all’altezza dell’antico livello della città, in una buca maleodorante e trascurata. Fu proprio Napoleone ad iniziare, anni dopo, gli scavi per riportarlo alla luce, diretti dal grande Valadier (sulla scia anche degli scavi borbonici settecenteschi di Pompei, seguiti dall'altrettanto grande Winckelmann).

Ecco, soprattutto, lo struggente ricordo del figlio di Napoleone e Maria Luisa d'Asburgo, dal padre proclamato "Re di Roma": quel giovane principe, di cagionevole salute, che morirà a soli 21 anni, nel dorato esilio di Vienna, nel 1832, un anno dopo la vittoriosa rivoluzione - liberale ma anche bonapartista - di luglio a Parigi, contro i Borboni.






Questo è un articolo pubblicato il 12-02-2021 alle 09:51 sul giornale del 13 febbraio 2021 - 137 letture

In questo articolo si parla di cultura, articolo, Fabrizio Federici

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