Mattarella, Albertelli (ANFIM) e Di Segni (UCEI) commemorano il 77° anniversario dell'eccidio delle Ardeatine

4' di lettura 25/03/2021 - Il 77mo anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine è stato celebrato mercoledì mattina, 24 marzo, a Roma, con una cerimonia solenne presieduta dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: anche se con poche presenze fisiche, date le norme per la prevenzione del Covid-19. Erano presenti alla cerimonia al Mausoleo ardeatino il Presidente dell’ANFIM, Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri Caduti per la Libertà della Patria, Avv. Francesco Albertelli, e la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni (alcuni dei caduti alle Fosse Ardeatine erano ebrei).

Nella commemorazione di quest'anno è stato dato un nome a due vittime sinora rimaste senza nome: si tratta dei martiri Heinz Eric Tuchman e Marian Reicher, dopo un lungo lavoro di identificazione riconosciuti finalmente nel 2020. Restano solo 7 caduti senza un nome: mentre il Museo Nazionale del carcere di Via Tasso (dove, nel ’43-’44, “soggiornarono” centinaia di antifascisti arrestati e torturati dai nazisti, molti dei quali finiti poi alle Ardeatine) attualmente è riuscito a ricostruire quasi completarnte non solo l’elenco completo dei detenuti di quei mesi, ma addirittura anche la composizione di ogni cella.

“Ancora oggi, a distanza di settantasette anni dall’orrendo massacro di innocenti, il ricordo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine suscita in tutti noi orrore e sgomento. E ci richiama… ad apprezzare pienamente e a difendere i valori della libertà, della giustizia e dello Stato di diritto cui è ispirata la nostra Costituzione", ha dichiarato il presidente della Camera, Roberto Fico, in una nota pubblicata su Facebok. Delle Ardeatine sgomentano tuttora non solo la ferocia della sua teutonica precisione, accurata sin nei dettagli, ma anche il carattere razzista della sua organizzazione (dieci italiani per ogni tedesco: ma nelle prime ore dopo l’azione partigiana di Via Rasella, causa della rappresaglia, i vertici delle SS in Italia, d’accordo col quartier generale di Hitler, avevano parlato addirittura di 50 italiani!).

E’ innegabile, però, che l’azione partigiana dei GAP del 23 marzo ’44, il giorno precedente le Fosse Ardeatine, a distanza ormai di quasi 80 anni, non cessa di suscitare interrogativi e alimentare polemiche del tutto comprensibli (anche se spesso inquinati dalle strumentalizzazioni politiche).I democratici veri da sempre si domandano soprattutto: chi esattamente, tra i vertici dell'antifascismo, ordinò l’attentato? Il Capo del governo del Sud, all'epoca ancora il Maresciallo Badoglio? Il Presidente del CLN, Ivanoe Bonomi (non a caso, nella riunione del CLN romano pochi giorni dopo le Ardeatine, quasi tutti erano alquanto restii ad assumersi la paternità di Via Rasella)?

E perché in seguito, sino addirittura agli anni’90, gli ex-gappisti hanno sempre escluso che la bomba collocata a Via Rasella abbia causato vittime anche tra civili innocenti, laddove dagli studi successivi è emerso che gli italiani uccisi furono 6, di cui 4 colpiti dai colpi d’arma da fuoco sparati a caso dai tedeschi, e 2 a causa dell'esplosione (Antonio Chiaretti, anni 48, dipendente dell’antenata di SIP e Telecom, la storicaTETI, e partigiano di Bandiera Rossa, gruppo marxista concorrente del PCI, che lo vedeva come il fumo negli occhi, più volte falsamente indicato come caduto in combattimento, e il giovanissimo - 12 anni - apprendista di negozio Piero Zuccheretti)?

I gappisti sono stati accusati, tra l'altro di non essersi presentati ai tedeschi, appunto per evitare sanguinose rappresaglie tra i civili di Roma (secondo una consuetudine ben nota delle truppe naziste occupanti l'Europa): mentre gli occupanti – secondo una versione dei fatti mai, però, pienamente provata – avrebbero dato inizio alle esecuzioni solo dopo aver chiesto invano agli attentatori di costituirsi. Altri aspetti discussi, tanto nel dibattito pubblico quanto dalla storiografia, sono stati: a monte di tutto, la legittimità morale del compiere un attentato di tale entità, considerati il pericolo per l'incolumità dei civili presenti sul posto e l'alto rischio di esporre la popolazione e i prigionieri dei tedeschi a dure rappresaglie; l'utilità militare dell'azione, anche in rapporto all'andamento delle operazioni alleate sui fronti di Anzio e Cassino in quel periodo; l'opportunità di alzare il livello dello scontro in una città nelle particolari condizioni di Roma, la cui salvaguardia dalle ostilità era oggetto di notevoli sforzi diplomatici da parte del governo italiano e del Vaticano; le caratteristiche del reparto attaccato, il Polizeiregiment "Bozen", del quale si è discusso il valore militare e simbolico come obiettivo (i componenti erano militari parecchio anziani, e non veri tedeschi, ma italiani altoatesini).

Tutti interrogativi cui la storiografia dei prossimi anni non dovrà mancare di rispondere.






Questo è un articolo pubblicato il 25-03-2021 alle 01:15 sul giornale del 26 marzo 2021 - 131 letture

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