Gesù, il Cristianesimo e Roma: nel 35 d.C., il Senato bocciava il piano liberalizzatore di Tiberio

6' di lettura 30/03/2021 - In questa settimana di Pasqua, ricordiamo – sul piano religioso, storico, civile – le vicende della cattura, Passione, morte e (guardando al tema con spirito autenticamente laico, rispettoso delle ragioni di tutti, cristiani credenti, liberi credenti, seguaci di altre religioni, agnostici, non credenti) possibile resurrezione di Gesu’ di Nazaret, il Cristo. Torneremo, in questa settimana, appunto, su questo fondamentale tema: qui, vogliamo soffermarci intanto su come Roma reagì al formarsi del Cristianesimo e al suo rapido diffondersi, in pochi decenni dalla morte di Cristo, pressochè in tutto l’ Impero.

Una studiosa specialista di questi temi come Marta Sordi, storica e accademica tra i massimi conoscitori della storia romana (scomparsa nel 2009), nell’ampio, documentato volume “Il Cristianesimo e Roma” (Roma, Istituto di Studi Romani,1965), rileva che la linea scelta dai vari Cesari e da tutta l’amministrazione dell’Impero nei confronti della nuova fede cristana oscillò, periodicamente, fra tolleranza e repressione, accettazione sostanziale e momenti di grave, violenta persecuzione, da Nerone a Diocleziano. Secondo la situazione politica generale, gli interessi dell’ Impero e quelli personali dei suoi governanti, le convinzioni dei vari imperatori.

Ma quando i romani definirono giuridicamente il Cristianesimo “superstitio illicita”? Esattamente nel 35 d. C., quando, due anni dopo la morte di Gesu’, mentre il Cristianesimo appena nato e in via di diffusione nell’Impero sta ancora definendo la sua identità, nella fuoriuscita dalle sue radici giudaiche (sono le vicende ampiamente narrate negli “Atti degli apostoli”), il vecchio imperatore Tiberio – al corrente sia della condanna che della presunta resurrezione di Cristo, due anni prima – afffronta la nuova religione con un vero e proprio “coup de theatre”. La proposta, cioè, al Senato, di liberalizzare il Cristianesimo, autorizzando, in tutto il politeista Impero romano, il culto anche di Gesu’ Cristo. Nella scelta di Tiberio – che, diversamente dal suo successore Caligola, non si è mai proclamato “Dominus ac Deus” – entrano sia una certa mentalità pragmatica romana che oggi definiremmo da repubblicani USA ( …se il problema è la divinità di Cristo, autorizziamo tranquillamente il suo culto: di dèi, a Roma, ce ne sono già tanti, uno piu’, uno meno…!), sia l’intuizione che la nuova religione, basata sull’idea del Regno di Dio non appartenente a questo mondo (come già ribadito, a Pilato, dallo stesso Cristo), diffondendosi tra i giudei e non solo, può servire a neutralizzare il nazionalismo ebraico, zelota, che inizia a preoccupare Roma (esploderà infatti, con la violenta rivolta giudaica, 30 anni dopo, sotto Nerone).

Ma il Senato - che è geloso delle sue prerogative, e da secoli, in piu’ o meno larvato scontro col governo (monarchico, repubblicano o imperiale che sia), sta ritagliandosi un suo preciso spazio nel sistema politico romano, quasi precorrendo lo scontro Parlamento - monarchia che 1600 anni dopo, in Inghilterra, darà vita alle moderne monarchie costituzionali - boccia, con un preciso “Senatusconsultum”, la proposta dell’Imperatore. Il Cristianesimo, col suo pieno monoteismo, l’idea che ogni credente debba obbedire anzitutto a Dio, e non alle autorità terrene ( il “Compromesso storico” tra Chiesa e Impero, caro al “civis romanus”, militare ed ebreo greco, Saulo di Tarso, è ancora di là da venire), e l’amore inteso come vera forza rivoluzionaria del mondo, in realtà è pericoloso per il potere di Roma. E resta, quindi, “Superstitio illicita”, perseguibile anche penalmente.

Nessun’altra religione diffusa di allora, neanche il mitraismo (spesso in concorrenza col Cristianesimo), risultava così pericolosamente rivoluzionaria per l’Impero. Questo spiega perché solo il Cristianesimo fu così combattuto dai vertici del potere romano.

Proprio il Senatusconsultum del 35 d. C., infatti, fu rispolverato, un trentennio dopo, da Nerone per colpire i cristiani di Roma, al di là dell’iniziale accusa di essere gli autori del catastrofico incendio dell’estate del 64 (incendio di cui però, sia chiaro, nessuno storico serio ha mai accusato Nerone, personaggio che la critica piu’ attenta da vari decenni ha liberato dal clichè del mostro sanguinario: la tesi d’una sua responsabilità fu diffusa, all’epoca, dai suoi nemici politici, specie del Senato, e ripresa dai successivi racconti cristiani medioevali). Ed è vero che i cristiani, sino ad allora ritenuti dai romani una semplice setta interna all’ebraismo, dal 64 d. C. iniziarono ad essere perseguiti per la loro specifica identità; ma è anche vero che, fuori dell’ Urbe, la persecuzione – in cui trovò la morte, crocifisso, anche S. Pietro – fu quasi inesistente, e soprattutto, San Paolo, nei quasi 3 anni successivi (sino alla morte per decapitazione nel 67), a Roma fu lasciato pienamante libero di predicare (e, forse, di fare anche un viaggio apostolico in Spagna).

Insomma, tolleranza e repressione, buonsenso e ottusa accettazione della legge caratterizzarono per secoli la linea di Roma verso il Cristianesimo. A dar l’idea del buonsenso, dello spirito liberale “ante litteram”, quasi della “santa pazienza” (il termine è di un giornalista e storico come Massimo Fini, nel suo documentato saggio “Nerone - Duemila anni di calunnie”) con cui i funzionari romani piu’ intelligenti si regolavano nei processi contro i cristiani basta leggere un celebre scambio epistolare del 111-112 d. C. tra Plinio il Giovane, all’epoca governatore della Bitinia, e l’imperatore Traiano. Il quale, rispondendo alla domanda di Plinio su come comportarsi coi cristiani chiamati in tribunale, risponde semplicemente di perseguirli solo se dimostrati autori di fatti definiti illeciti dalla legge romana: e non per la loro specifica qualifica di cristiani.

Duecento anni dopo, nel 313 d. C., un Costantino divenuto Cesare sconfiggendo il rivale, il mitriano Massenzio, dopo aver aderito, squisitamente per opportunità politica, al Cristianesimo in espansione in tutto il (traballante) Impero, legalizza la nuova religione con l’Editto di Milano. Inizia la nuova, ed ultima fase, di Roma: quella dell’Impero romano cristiano (cui peraltro reagirà, col suo breve tentativo di restaurazione politeistica, Giuliano l’ Apostata). Ma si tratta ormai – come pienamente evidenziato, già nel ‘900, dagli studiosi piu’ acuti, da Marta Sordi al grande Ernesto Buonaiuti - di un Cristianesimo parecchio annacquato: che, come auspicato da Paolo di Tarso nella celebre “Lettera ai Romani”, almeno nei suoi vertici non contesta piu’ l’autorità terrena (ritenuta, da Paolo, emanazione di quella divina), ma, in cambio della piena legittimazione nella società, ha archiviato quasi completamente i suoi ideali rivoluzionari.

Sessantasette anni dopo, nel 380 d. C., l’Editto di Tessalonica dell’imperatore Teodosio addrittura rovescerà completamente la situazione rispetto ai tempi del Senatusconsultum “antiTiberio”: facendo del Cristianesimo l’unica religione ammessa nell’Impero romano. Che sopravviverà, vivacchiando, solo un altro secolo, sino all’ “Ultima legione” di Odoacre e Romolo Augustolo.






Questo è un articolo pubblicato il 30-03-2021 alle 00:59 sul giornale del 31 marzo 2021 - 138 letture

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