Anno 33 d.C.: Roma consapevolmente condanna a morte il rivoluzionario Gesù il Cristo

8' di lettura 01/04/2021 - Chi scrive non è un laicista “arrabbiato” alla Odifreddi o anche alla Augias: è anzi, di formazione, un credente fortemente cristiano, ma in modo molto laico e libertario. Cerca, quindi, di affrontare ogni tema con spirito laico autentico, rispettando tutte le idee e tutte le fedi. Questa premessa ci sembra indispensabile, nel momento in cui oggi, Giovedì santo 2021, affrontiamo il tema della condanna a morte di Gesu’ il Cristo.

Cerchiamo di essere al massimo sintetici ed esaustivi. Per secoli, la responsabilità della condanna a morte di Gesu’, quell’incredibile venerdì di quasi Duemila anni fa a Gerusalemme, . è stata fatta ricadere sui “perfidi Giudei”, quantomeno il Sinedrio ebraico e la folla dei suoi sostenitori, e sul corrotto, pavido, debole Ponzio Pilato che, pur governatore della Giudea, si sarebbe fatto condizionare dalla folla, temendo il rimbalzare, a Roma, della notizia dell’incapacità del governatore romano di punire adeguatamente, con la pena capitale, un pericoloso agitatore galileo, a metà tra la religione e politica, sconfessato, in definitiva, dai suoi stessi concittadini ebrei. Ecco allora, la condanna alla croce di Gesu’ il Nazareno: da cui però il governatore tiene a dissociarsi, lavandosene le mani in pubblico.

Col tempo, e soprattutto le ricerche interdisciplinari di molti autori preparati, son venute fuori le tante incongruenze e contraddizioni di questa “vulgata”: rivelatasi sempre piu’ una versione di comodo della vicenda, funzionale - per un singolare, ma non troppo, incrocio d’interessi - ai “fasti” sia dell’Impero romano (che, di fronte all’avanzare del Cristianesimo nella società, poteva sempre scaricare la responsabilità della morte di Cristo sul “parafulmine”, o “capro espiatorìo”, Pilato) che, soprattutto, d’una Chiesa cattolica sempre piu’ avviata al “Compromesso storico” col potere di Roma, caldeggiato dal “civis romanus” Paolo di Tarso, e fortemente connotata di antisemitismo. Nel 1998, alle soglie del muovo millennio, un Pontefice come Karol Wojtyla ha fatto pubblicamente ammenda per le nefaste conseguenze novecentesche (soprattutto ”uncinate”, ma non solo) dell’antisemitismo cattolico; e già nel 1986, l’anno della sua storica visita alla Sinagoga di Roma, aveva fatto cancellare dalla liturgia della Messa la vetusta preghiera per il pentimento e la salvezza dei “perfidi giudei” (poi però riammessa anni dopo, ma su base solo facoltativa, ad esclusivo giudizio del celebrante, dal nuovo papa Benedetto XVI).

Tanti autori, dicevamo, hanno demolito la “vulgata” antisemita sui motivi della condanna a morte di Cristo. Per non far che due nomi, Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista di primo piano, nel saggio “Il Crucifige e la democrazia” (Torino, Einaudi, 2007) ha evidenziato la natura “peronista ante litteram” dell’appello al popolo, con possibilità di scelta tra Gesu’ e Barabba, che fa un Pilato vòlto a condannare Gesu’, ma che ha bisogno, per farlo, di un minimo di legittimazione popolare, come nella Roma della Repubblica e dei “Comizi centuriati”. Chaim Cohn, nel 1948 nominato Procuratore Supremo del neonato Stato d’Israele, nel documentato volume “Processo e morte di Gesu’. Un punto di vista ebraico” (Torino, ancora Einaudi, 2010), ha demolito l’inverosimile tesi d’un Pilato che si fa burattino dei “perfidi Giudei”. Del procuratore romano, infatti, e' noto l’odio per gli abitanti della Palestina: non solo aveva provocato gli ebrei a Geusalemme, pretendendo, inutilmente, di affiggere nel Tempio le immagini di Tiberio, ma ben due volte era arrivato a reprimere nel sangue tumulti scatenati sia dagli ebrei (anni prima della morte di Cristo) che dai samaritani (anni dopo). Proprio quest’ultima carneficina causò, alcuni anni dopo il processo a Gesu’, il richiamo a Roma di Pilato, costretto a discolparsi con l’imperatore Tiberio, che gli comminò - come già aveva fatto Augusto col poeta Ovidio - l’esilio perpetuo.

Anche senza voler seguire sino in fondo le tesi di Cohn (che ritiene il Sinedrio deciso, in realtà, a raggiungere un compromesso col giovane Rabbi di Nazaret, consegnandolo poi ai romani quando si rende conto della sua testardaggine), è difficile non ammettere che, se Pilato ha condannato a morte Cristo, l'ha fatto in piena consapevolezza e padronanza delle sue funzioni, e in pieno accordo col governo di Roma. Proprio perché resosi conto della natura profondamente rivoluzionaria – nonostante l’apparente mansuetudine – del messaggio cristiano, con la sua deleggittimazione dell’autorità politica (“Tu non avresti su di me nessun potere, se non ti fosse stato dato dall’alto”, dice a Pilato, in Giovanni, XIX, 11, un Cristo ormai prossimo ad esser condannato) e la sua chiara proclamazione dell’uguaglianza di diritti e fratellanza universale di tutti gli uomini.

Del resto, ricorda, nella sua biografia di Tiberio (“L’imperatore che non amava Roma”, Milano, Mondadori, 1989, p. 210), uno storico – anzi, “raccontatore di storia”, come lui stesso umilmente si definiva - e giornalista del calibro di Antonio Spinosa, a carico di Pilato, per la condanna a morte di Cristo, Tiberio non prese alcun provvedimento (la rottura tra i due, come ricordavamo, sarebbe avvenuta solo anni dopo). Questo, nonostante poi che Pilato avesse violato una legge voluta dallo stesso imperatore, secondo la quale dovevano sempre trascorrere 10 giorni tra la condanna a morte d’un imputato e l’esecuzione. Ma, andando piu' esattamente sul “Dopo Calvario”, precisa ancora Spinosa citando brani dell’ Apologeticum” di Tertulliano (lo scrittore cartaginese, convertitosi al Cristianesimo, vissuto poi nel II secolo d.C., e noto soprattutto per l'opera “De testimonio animae”), si sa anzitutto che Pilato inviò a Tiberio un rapporto sulla crocifissione di Cristo. Il che era piu’ che logico, non trattandosi certo della condanna d’un criminale comune: ma altri studiosi, in passato, negli Archivi vaticani han trovato traccia addirittura di un’ informativa su Gesu’, a lungo sorvegliato dagli agenti segreti di Roma, inviata da Pilato a Tiberio circa un anno prima della Crocifissione: testo pubblicato poi, negli anni ’70-’80, in un saggio di cui cercheremo di darvi poi gli esatti riferimenti. Si sa poi, sempre da Tertulliano, che Tiberio informò di tutto il Senato: proponendo (nonostante egli non avesse preso alcun provvedimento contro Ponzio Pilato, responsabile della condanna a morte del Nazareno) , di emettere un “Senatusconsultum” per evitare che si perseguitassero i seguaci di Cristo.

Perché? Gli storici da secoli dibattono su tutto questo, ed è probabile che non si arriverà mai a una risposta esaurente e definitiva. Non è pensabile che Tiberio nutrisse particolare simpatia per la nuova religione (che, anzitutto, stava appena appena delineandosi: siamo nei giorni, nei mesi, immediatamente successivi al Calvario). Molto probabilmente, questo Cesare – che, ricorda ancora Spinosa, era “scettico nelle idee religiose, liberale (chiaramente “ante litteram”, N.d.R.) in politica”, non riteneva particolarmente rilevante, sul piano politico-sociale, alcuna religione: sbagliandosi fortemente, aggiungiamo, nei confronti del Cristianesimo. E verso la neonata religione di Cristo, avrebbe mutato parere 2 anni dopo, proponendo anzi al Senato di liberalizzarla in tutto l’ Impero. Ma questo, semplicemente perché Tiberio, nel 35 d. C., avrebbe ragionato sempre solo in termini di “realpolitik”: volendo legalizzare il Cristianesimo, sullo stesso piano delle tante altre religioni ammesse nell’Impero, appunto per neutralizzarlo, e ritenendo che la nuova religione, basata sull’idea del Regno di Dio non appartenente a questo mondo (come già ribadito, a Pilato, dallo stesso Cristo), diffondendosi tra i giudei e non solo, sarebbe stata molto utile per neutralizzare il nazionalismo ebraico, zelota, che iniziava a preoccupare Roma.

Ma il Senato, comprendendo invece - diversamente dallo scettico ( e ormai anziano, ma non rimbambito e degenerato sessuale, come preteso poi dal suo nemico storiografo Tacito) Tiberio, che sarebbe morto 2anni dopo, nel 37 d.C. – la vera natura del Cristianesimo, fortemente rivoluzionaria sul piano anche socio-politico – bocciò la proposta dell’imperatore.

Quasi 2000 anni fa, così, i “Patres conscripti” fissavano quella che, pur fra ambiguità, oscillazioni (e, bisogna dire, anche prove di buonsenso e moderazione da parte dei funzionari romani), per quasi 300 anni sarebbe stata la linea di Roma verso la nuova religione fondata dal Cristo, l'Uomo-Dio, piu' grande rivoluzionario della storia (ma codificata, non sempre in modo giusto e accettabile, dai suoi successori). Una gramsciana "guerra di posizione", inframmezzata dai sanguinosi attacchi delle persecuzioni anticristiane. Ma alla fine il Cristianesimo avrebbe vinto: sul piano “militare”, con la vittoria del cristiano (sempre, però, per realpolitik) Costantino contro il mitriano Massenzio, a Ponte Milvio, nel 313 d.C. Sul piano giuridico - costituzionale, con l’Editto costantiniano di Milano dello stesso anno, legalizzatore della nuova religione.

Ma sarebbe stato, almeno ai suoi vertici, ormai un Cristianesimo fortemente annacquato, depurato – grazie al compromesso tra Chiesa cattolica e Impero, avviato ormai da tempo nella scia del “Civis romanus” (comunque, con grande dignità, martire cristiano) Paolo di Tarso. Però, sempre nel senso schiettamente evangelico, cioè rivoluzionario nonviolento e fortemente riformatore, all'insegna della Civiltà dell'amore e del dialogo, sarebbe stato inteso, da allora in poi, il Cristianesimo: da tanti autentici cristiani di base, da Lev Tolstoj a Martin Luther King, da Padre Massimiliano Kolbe (martire ad Auschwitz) all'altro prete cattolico Don Lorenzo Milani; sino anche - al di là degli inevitabili compromessi e ambiguità - a Pontefici come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I.






Questo è un articolo pubblicato il 01-04-2021 alle 09:49 sul giornale del 02 aprile 2021 - 147 letture

In questo articolo si parla di cultura, roma, lazio, articolo, Fabrizio Federici

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