A Palazzo Venezia, 78 anni fa, la seduta del Gran Consiglio con la prima caduta del fascismo

5' di lettura 26/07/2021 - Il 25 luglio è stato il 78 anniversario della prima caduta del fascismo, in seguito allo storico voto del Gran Consiglio della notte, appunto, tra il 24 e il 25 luglio 1943. Ebbene, esattamente come allora, quest'anno il 24 è stato sabato, e il 25 Domenica. Sabato 24 luglio, alle 17,15, nella Sala del pappagallo a palazzo Venezia si riuniva il Gran Consiglio del Fascismo. La riunione - fiume, com'è noto, si sarebbe conclusa solo alle 2,40 circa di Domenica 25, con l'approvazione dell' Ordine del giorno preparato dal Presidente della Camera Dino Grandi: che, senza dirlo apertamente, sfiduciava Benito Mussolini.

Ma della tempestosa seduta del Gran Consiglio, che portò alla sostanziale messa in minoranza di Mussolini (arrestato poi, per ordine del Re, il pomeriggio successivo), a tutt'oggi conosciamo le linee generali della discussione e l'esito finale, cioè l'approvazione appunto dell'O. d. g.Grandi. Ma non conosciamo ancora bene gli esatti contenuti di vari interventi, se siano state realmente pronunciate o meno alcune frasi importanti (come quella con cui Mussolini, alla fine della seduta, avrebbe reso consapevoli i gerarchi d'aver così provocato la fine del regime); e, soprattutto, le vere motivazioni del comportamento di vari gerarchi, già nei giorni precedenti la seduta.

Tutto questo, sottolinea lo storico Emilio Gentile nel suo documentatissimo saggio del 2018 "25 Luglio 1943" (Bari, Laterza). anzitutto perché - anche se può sembrare strano - non è mai esistito un verbale della riunione (non era la prima volta che capitava, con le sedute del Gran Consiglio). Nel dopoguerra, le principali ricostruzioni della vicenda fatte dagli storici si sono sempre basate anzitutto sulle testimonianze lasciate, in libri di memorialistica, da vari protagonisti di quella notte: come Dino Grandi (in "25 luglio. Quarant'anni dopo", Bologna, Il Mulino, 1983), Carlo Scorza, allora segretario del PNF ("La notte del Gran Consiglio", Milano, Palazzi, 1968), Tullio Cianetti (autore, la mattina del 25 luglio, d'una celebre lettera a Mussolini con cui, dissociandosi dall'adesione della sera prima all'O.d.G. Grandi, avrebbe salvato la vita al successivo processo di Verona del '44), e altri. Recentemente, tuttavia, sono stati acquisiti dalla Direzione Generale degli Archivi del MIC, tratti dall'archivio del gerarca, già esponente del movimento nazionalista, Luigi Federzoni, i suoi appunti dal vivo sulla seduta, insieme a un resoconto dettagliato della stessa: un "quasi verbale", scritto, probabilmente, tra fine luglio e i primi d'agosto del '43.
Questo materiale, insieme ad altri appunti sulla seduta presi dall' ex-ministro di Grazia e Giustizia Alfredo De Marsico, pur non potendo ancor chiarire tutti i dubbi su quell'incredibile notte, permette però di fare molti passi avanti.

In quelle decisive settimane di luglio, mentre gli Alleati sbarcavano in Sicilia e iniziavano la lenta risalita verso Nord, almeno 3 erano i complotti organizzati per estromettere Mussolini dal Governo, nella speranza d'ottenere così dagli Alleati un trattamento piu' mite per l'Italia (e nell'incredibile sottovalutazione di quella che sarebbe stata la reazione dei tedeschi)..Primo complotto, quello appunto dei gerarchi dissidenti: Grandi (in possibile accordo sotterraneo con gli inglesi), Bottai (che su questo tema si sarebbe più volte confidato, negli anni '50, col giovane giornalista socialista Enrico Landolfi, fratello del futuro senatore del PSI Antonio), Federzoni e, in ultimo (con comprensibili, forti scrupoli di coscienza), Ciano, genero del Duce, il "Bruto del fascismo". Poi, quello degli alti vertici militari (soprattutto Esercito) e delle forze di sicurezza (carabinieri, polizia), in probabile accordo con la Corona; infine,. quello attivato personalmente dalla principessa Maria Josè, in contatto con esponenti dell'antifascismo moderato come Ivanoe Bonomi.
Gentile nel suo saggio si concentra sulla dinamica della seduta del Gran Consiglio evidenziando anzitutto la forte ambiguità dell'Ordine del giorno Grandi: in sostanza un invito al Re a liquidare Mussolini - che avrebbe dovuto restituirgli la delega per il supremo comando della guerra restando, però (assurdità di diritto costituzionale) Capo del Governo - mascherato da un "Torniamo allo Statuto" in stile Sidney Sonnino 1898.
L'O.d.G. parlava, infatti, di restituire a tutti gli organi costituzionali dello Stato le loro effettive funzioni, oscurate da più d'un decennio di accentramento del potere nelle mani del Duce. Ambiguità che, rileva l'autore, potrebbe anche aver spinto lo stesso Mussolini a far votare l'O.d.G.: nella speranza o di togliersi, così, la grave responsabilità della condotta della guerra o, invece, di avere in mano una deliberazione da presentare immediatamente al Re per risolvere la crisi, contando d'averlo ancora dalla sua parte. O ancora, più semplicemente, Mussolini avrebbe deciso di porre in votazione il documento (cosa che non era assolutamente obbligato a fare) pensando che la maggioranza dei gerarchi l'avrebbe respinto. Non è da escludere, poi, nei fatti di quei giorni, la "longa manus" anche dei tedeschi, ansiosi - in possibile combutta col gerarca filonazista Roberto Farinacci, pronto a sostituire il Duce - di far cadere temporaneamente il fascismo come pretesto per occupare l'Italia. Così come, infine, che lo stesso Mussolini, non sapendo piu' come venir fuori dal tragico pasticcio avviato il 10 giugno del '40, desiderasse, in realtà, l'approvazione dell'Odg Grandi per presentarsi al mondo - e soprattutto alla Germania - come vittima di un colpo di Stato.

Questi gli interrogativi che tuttora, quasi 80 anni dopo, restano aperti sull'esatta dinamica di quelle ore che segnarono per sempre la storia del Paese.






Questo è un articolo pubblicato il 26-07-2021 alle 09:54 sul giornale del 27 luglio 2021 - 218 letture

In questo articolo si parla di cultura, roma, lazio, articolo, Fabrizio Federici

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